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Abbiamo intervistato Ludovica Calselli, coordinatrice scientifica e docente del corso Sustainability Manager & Sustainability Practitioner secondo la – UNI/PdR 109-1:2021
Negli ultimi anni il quadro normativo europeo sulla sostenibilità è cambiato profondamente. Perché oggi le organizzazioni hanno sempre più bisogno di figure come il Sustainability Manager e il Sustainability Practitioner e quali competenze sono diventate imprescindibili?
Credo che oggi il Sustainability Manager e il Sustainability Practitioner siano figure sempre più importanti perché, seppur con ruoli e responsabilità differenti, entrambi contribuiscono a tradurre la sostenibilità in strategie, processi e azioni concrete, mettendo in relazione le esigenze dell’impresa con gli stimoli che arrivano dalla normativa, dal mercato, dagli stakeholder e dalla società.
A mio avviso, la competenza più importante è proprio la capacità di riconoscere e gestire la complessità. Viviamo in una fase di policrisi, nella quale cambiamento climatico, disuguaglianze sociali, instabilità economica e trasformazioni dei modelli produttivi sono strettamente interconnessi. Uno dei rischi più frequenti, quando si parla di sostenibilità, è cercare soluzioni semplici a problemi complessi o provare a individuare un’unica causa alla quale ricondurre tutte le criticità. Serve invece una visione sistemica, capace di leggere le interdipendenze e di valutare insieme impatti, rischi e opportunità. Il cambiamento climatico, ad esempio, non produce soltanto effetti sull’ambiente. Incide sulle produzioni, sullo sviluppo dei territori, sulle comunità e può contribuire ad ampliare le disuguaglianze e i fenomeni migratori. Comprendere queste relazioni significa cogliere la reale portata degli impatti e riconoscere che la transizione verso modelli di business sostenibili non è più un tema accessorio, ma una necessità, e ancor più può essere opportunità.
Per questo servono competenze tecniche, come la conoscenza del quadro normativo, il coinvolgimento degli stakeholder, la definizione di obiettivi misurabili; ma servono anche pensiero critico, capacità di ascolto, di analisi, visione sistemica e attitudine al coordinamento. Il Sustainability Manager e il Sustainability Practitioner, in fondo, hanno il compito di portare queste competenze nelle decisioni quotidiane delle organizzazioni.
Il percorso segue la UNI/PdR 109-1:2021, ma integra anche gli sviluppi più recenti, dalla CSRD agli ESRS, fino alla Tassonomia UE, alla CSDDD e al VSME. In che modo avete progettato il corso per offrire competenze immediatamente spendibili nel contesto aziendale di oggi?
La UNI/PdR 109-1:2021 è stata il riferimento per definire competenze, conoscenze e abilità richieste a queste figure professionali. Abbiamo ritenuto indispensabile aggiornarne i contenuti alla realtà in cui oggi operano le imprese integrando i principali strumenti normativi e tecnici europei, dalla CSRD agli ESRS, dalla Tassonomia UE alla CSDDD, fino al VSME, cercando però di evitare un approccio puramente teorico o compilativo. L’obiettivo non è soltanto conoscere le norme, ma comprenderne gli effetti sui processi aziendali, sulla raccolta dei dati, sulla gestione dei rischi, sui rapporti di filiera e sulle decisioni strategiche.
Spesso la sostenibilità viene ancora percepita come un adempimento normativo. Durante il corso, invece, emerge una visione che la considera una leva di innovazione e competitività. Qual è il cambio di prospettiva che desiderate trasmettere ai partecipanti?
Rispetto a quindici anni fa, la conoscenza dei temi della sostenibilità è certamente molto più diffusa, anche grazie alle numerose iniziative sovranazionali che, prima ancora dell’intervento del legislatore, hanno contribuito ad accrescere l’attenzione delle imprese. Il rischio, però, è che la sostenibilità venga affrontata esclusivamente attraverso la lente della compliance e quindi come un insieme di obblighi da rispettare. Il cambio di prospettiva che vogliamo trasmettere è che oggi la sostenibilità non rappresenta più una scelta opzionale, ma un prerequisito per la continuità e la competitività dell’impresa, d’altronde costruire competenze, trasformare i processi e ottenere risultati richiede tempo. Le organizzazioni che rimandano potrebbero quindi trovarsi domani a dover recuperare rapidamente un ritardo difficile da colmare, con il rischio di perdere opportunità o persino quote di mercato; al contrario, le imprese che si muovono per prime, almeno all’interno del proprio settore, possono trasformare investimenti che prima o poi saranno necessari per tutti in un vantaggio competitivo, rafforzando reputazione, posizionamento e capacità di innovazione. In fondo, se la trasformazione è inevitabile, tanto vale anticiparla e provare a guidarla.
Il programma affronta temi molto diversi tra loro: business model sostenibili, gestione della supply chain, contabilizzazione delle emissioni, governance, stakeholder engagement, change management e certificazioni ambientali, affiancando lezioni teoriche a esercitazioni e casi applicativi. Quanto è importante questo approccio integrato per formare professionisti realmente in grado di guidare il cambiamento?
Come già detto ritengo che l’approccio integrato sia essenziale, perché chi è chiamato a guidare il cambiamento non può limitarsi a conoscere singoli strumenti o ambiti della sostenibilità: deve saper leggere le connessioni tra strategia, filiera, impatti, governance e organizzazione.
Nella definizione del programma del corso abbiamo inoltre voluto fare tesoro delle competenze interne a ICMQ, dando al percorso un taglio applicativo specifico per il settore delle costruzioni.
Nelle nostre esperienze formative teniamo molto a mantenere vivo il collegamento con la pratica. Gli aspetti teorici sono indispensabili, ma è attraverso i casi studio e le esercitazioni che i partecipanti possono comprendere davvero come applicare quanto appreso. L’obiettivo è metterli nelle condizioni di riconoscere e affrontare, già alla prima occasione professionale, problemi simili a quelli analizzati durante il corso.
Il corso si rivolge a profili direzionali, project manager, HSE manager e professionisti che desiderano assumere un ruolo attivo nei processi ESG. Quali sono, secondo lei, le principali opportunità professionali che si aprono oggi per chi decide di investire in una formazione specialistica come questa?
Le opportunità professionali sono oggi molto ampie: abbiamo a che fare quotidianamente con realtà, spesso anche medio-piccole, che ci dimostrano che la sostenibilità coinvolge diverse aree aziendali: dalla strategia, alle operations, agli acquisti, la finanza, la gestione dei rischi, la qualità e sicurezza.
Una formazione specialistica consente innanzitutto di rafforzare il proprio ruolo all’interno dell’organizzazione, assumendo responsabilità nella definizione e nell’attuazione delle strategie ESG, nel coordinamento dei progetti, nella rendicontazione e nel dialogo con stakeholder e filiera. Per profili come project manager e HSE manager, rappresenta inoltre un’evoluzione professionale, perché permette di integrare competenze già consolidate con una visione più ampia e strategica.
Esistono poi opportunità nell’ambito della consulenza, della verifica, della certificazione e dell’accompagnamento alle imprese. Credo però che il vero valore aggiunto sia la capacità di tradurre temi complessi in azioni concrete, nell’allenare una visione sistemica: le organizzazioni hanno sempre più bisogno di professionisti che sappiano collegare norme, dati, processi e obiettivi aziendali e che siano in grado di guidare il cambiamento, non soltanto di descriverlo.
